Danno biologico da malattia professionale: cosa ha chiarito la cassazione
Quando un lavoratore si ammala a causa del lavoro svolto, può avere diritto al riconoscimento del danno biologico da malattia professionale.
Ma chi deve dimostrare che la malattia dipende davvero dal lavoro? E in quali casi scatta una tutela automatica?
Su questi aspetti è intervenuta la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 27444 del 14 ottobre 2025, fornendo chiarimenti importanti sugli oneri di prova nei casi di malattia professionale.

Cos’è una malattia professionale “tabellata”
La normativa (D.P.R. 1124/1965) prevede un elenco ufficiale di malattie professionali tabellate, cioè patologie che la legge riconosce come potenzialmente causate da specifiche lavorazioni o esposizioni a rischio.
Quando una malattia rientra in questo elenco:
- la sua origine professionale è presunta per legge;
- il lavoratore non deve dimostrare in modo dettagliato il nesso causa-effetto, ma solo alcuni elementi fondamentali.
Cosa deve provare il lavoratore
La Cassazione ribadisce che, per far valere la presunzione legale, il lavoratore deve dimostrare:
- di essere stato adibito a una lavorazione tabellata oppure esposto a un rischio tipico di quella lavorazione;
- l’esistenza della malattia diagnosticata;
- di aver presentato la denuncia entro i termini previsti per l’indennizzabilità.
Se questi requisiti sono soddisfatti, la legge presume che la malattia sia di origine lavorativa.
Il ruolo dell’INAIL e l’onere della prova contraria
In questi casi, spiega la Corte, non è il lavoratore a dover dimostrare che la malattia deriva dal lavoro, ma spetta all’INAIL provare il contrario.
In particolare, l’INAIL deve dimostrare che:
- la patologia è dovuta a cause extraprofessionali, cioè estranee all’attività lavorativa;
- tale dimostrazione deve basarsi su accertamenti tecnici e documentali concreti, non su semplici ipotesi.
Senza una prova solida in questo senso, la presunzione di origine professionale resta valida.hiede sempre una verifica concreta della lavorazione svolta, delle condizioni ambientali e della cronologia dei sintomi.
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Cosa ha deciso la Cassazione nel caso esaminato
Nel caso analizzato, i giudici di merito avevano escluso il nesso tra la patologia denunciata e l’attività lavorativa, sulla base delle valutazioni tecniche svolte nel processo.
La Cassazione ha confermato che:
- la presunzione di origine professionale non è automatica in senso assoluto;
- può essere superata solo con un accertamento tecnico rigoroso, che dimostri l’assenza di collegamento con il lavoro svolto.
Il punto centrale non è l’esistenza della malattia in sé, ma la verifica concreta delle cause che l’hanno determinata.
Perché questa pronuncia è importante
Questa decisione chiarisce un principio fondamentale:
- la tutela del lavoratore è forte quando la malattia è tabellata;
- allo stesso tempo, ogni caso deve essere valutato con dati oggettivi e analisi tecniche, senza automatismi.
È un equilibrio tra protezione della salute e correttezza nell’accertamento delle responsabilità.
Conclusione
La pronuncia della Cassazione ribadisce che il danno biologico da malattia professionale va valutato con attenzione, distinguendo tra:
- ciò che la legge presume a tutela del lavoratore;
- ciò che deve essere dimostrato con elementi tecnici e documentali.
Promuovere una corretta conoscenza di questi principi significa rafforzare la cultura della prevenzione, della tutela della salute e del rispetto delle regole nel mondo del lavoro.
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📎 Fonti istituzionali
- INAIL – Malattie professionali: https://www.inail.it
- Normattiva – D.P.R. 1124/1965: https://www.normattiva.it
- Ministero del Lavoro – Sicurezza: https://www.lavoro.gov.it