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Modelli di Organizzazione e Gestione: la Cassazione chiarisce il ruolo delle prescrizioni operative

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 30039 del 1° settembre 2025, ha ribadito un principio fondamentale per le imprese: i Modelli di Organizzazione e Gestione previsti dal D.Lgs. 231/2001 non devono contenere prescrizioni tecnico-operative di dettaglio.

Il compito dei Modelli di Organizzazione e Gestione è quello di fornire un sistema di controllo e indirizzo basato su principi, procedure e responsabilità, non di sostituire i documenti tecnici come il DVR o le istruzioni operative.

Modelli di Organizzazione e Gestione Cassazione

Modelli di Organizzazione e Gestione: cosa ha detto la Cassazione

Secondo la Suprema Corte, i Modelli di Organizzazione e Gestione sono efficaci quando:

  • garantiscono principi generali di gestione e procedure sistematiche;
  • assicurano flussi informativi chiari tra i livelli aziendali;
  • definiscono un assetto di governance che riduca i rischi di reato.

Non è quindi necessario che il modello entri nel dettaglio tecnico delle operazioni, aspetto che deve invece essere trattato nei documenti di valutazione dei rischi e nelle procedure aziendali.


Il caso: infortunio mortale e responsabilità 231

La sentenza prende spunto da un grave infortunio sul lavoro avvenuto in una raffineria durante la movimentazione di tubi in acciaio.
Le società coinvolte erano state ritenute responsabili dell’illecito amministrativo ai sensi dell’art. 25-septies del D.Lgs. 231/2001, che disciplina i reati in materia di salute e sicurezza.

La Cassazione ha tuttavia chiarito che la funzione dei Modelli di Organizzazione e Gestione è quella di strutturare la prevenzione e il controllo, non di definire prescrizioni operative.


Come integrare il Modello di Organizzazione e Gestione con DVR e procedure

Per essere efficace, il MOG deve:

  • stabilire chi fa cosa in materia di sicurezza;
  • garantire verifiche periodiche e flussi informativi costanti;
  • assicurare che le procedure operative siano aggiornate e applicate.

Un modello organizzativo ben strutturato, anche se non tecnico, rappresenta una protezione reale per l’azienda, riducendo la responsabilità amministrativa prevista dal D.Lgs. 231/2001 e migliorando la cultura della prevenzione.

Per approfondire:


Conclusione

La sentenza Cass. pen., sez. IV, n. 30039/2025 conferma che i Modelli di Organizzazione e Gestione devono contenere principi, procedure e controlli, non istruzioni operative.
Un MOG efficace è uno strumento di governance e prevenzione, non un manuale tecnico.

Sicurezza 370 promuove la cultura della sicurezza e supporta le aziende nel costruire sistemi di gestione realmente efficaci e conformi alla normativa vigente.

Lavoratore turnista Cassazione: danno da usura psicofisica

La sentenza sul lavoratore turnista Cassazione (ord. n. 27307 del 13 ottobre 2025) riconosce che il danno da usura psicofisica per mancata pausa può essere provato per presunzioni quando la condotta datoriale è reiterata e sistematica. La decisione richiama il rispetto del D.Lgs. 66/2003 su orario di lavoro e pause.

lavoratore turnista Cassazione e diritto alla pausa lavorativa

Lavoratore turnista Cassazione: il caso

La controversia esaminata dalla Corte riguardava un gruppo di lavoratori turnisti che lamentavano la mancata fruizione della pausa giornaliera durante i turni di servizio prolungati, superiori a sei ore consecutive.
I giudici di primo grado avevano riconosciuto la violazione e disposto il risarcimento del danno da usura psicofisica, rilevando come l’assenza di pause regolari avesse inciso negativamente sul benessere psico-fisico dei dipendenti.
La Corte d’Appello ha poi confermato la decisione, precisando la distinzione tra la pausa pranzo e la pausa breve di 10 minuti, che deve essere garantita anche nei turni continuativi per consentire il recupero delle energie fisiche e mentali.


Lavoratore turnista Cassazione: la decisione

La Cassazione ha respinto il ricorso dell’azienda. La condotta datoriale, protratta nel tempo, costituisce violazione sistematica del diritto alla pausa. In tali casi il danno alla salute può essere presunto, senza necessità di prova medica specifica, poiché la lesività discende dalla reiterazione dell’inadempimento.


Il principio affermato

«In tema di danno da usura psicofisica per mancata pausa lavorativa, è legittimo il ricorso alla prova presuntiva ove la condotta datoriale sia reiterata e sistematica.»

Il principio tutela il lavoratore impegnato in turni prolungati, riconoscendo che la mancata pausa incide concretamente su salute e benessere.


Pausa lavorativa: cosa prevede la legge

L’art. 8 del D.Lgs. 66/2003 stabilisce che:

  • chi lavora più di sei ore ha diritto a una pausa;
  • durata e modalità sono definite dalla contrattazione collettiva;
  • la pausa serve al recupero delle energie fisiche e mentali.

La pausa breve non coincide con la pausa pranzo: va garantita anche nei servizi continuativi (ad es. sanitari o di emergenza).


Implicazioni operative

  • Datori di lavoro: programmare i turni garantendo le pause obbligatorie; il mancato rispetto può generare responsabilità risarcitoria.
  • Lavoratori: in presenza di prassi costante di mancata pausa, il danno può essere riconosciuto anche per presunzioni.

Conclusione

La sentenza n. 27307/2025 della Cassazione ribadisce che la tutela della salute dei lavoratori passa anche attraverso il rispetto delle pause.
Il recupero delle energie è un diritto, non una concessione.

Sicurezza 370 promuove una cultura della sicurezza basata sul rispetto dei diritti dei lavoratori e sulla prevenzione come strumento di benessere.

Cassazione: chi non indossa la cintura non ha diritto al risarcimento

La Corte di Cassazione ha stabilito un principio importante in materia di cintura di sicurezza non allacciata e di responsabilità civile: chi non indossa la cintura durante un incidente non ha diritto al risarcimento dei danni subiti, anche se l’altro veicolo è in parte responsabile del sinistro.

Questa decisione – ordinanza n. 26656 del 3 ottobre 2025 – rappresenta un richiamo forte al rispetto delle norme del Codice della Strada e alla responsabilità personale di chi viaggia a bordo di un veicolo.

Cintura di sicurezza non allacciata e risarcimento negato

Cosa ha deciso la Cassazione sul mancato uso della cintura di sicurezza

Nel caso esaminato, il passeggero aveva riportato gravi lesioni (trauma cranico, fratture e traumi vari) in seguito a un incidente avvenuto in città, di notte. L’auto su cui viaggiava aveva impegnato un incrocio a velocità eccessiva, mentre l’altro veicolo non aveva rispettato il segnale di “Stop”.

Il giudice di secondo grado aveva stabilito una responsabilità condivisa al 50% tra i due conducenti, ma aveva negato il risarcimento al passeggero, perché le sue lesioni derivavano esclusivamente dal mancato uso della cintura di sicurezza.

La Corte di Cassazione ha confermato questa conclusione: il passeggero non può ottenere il risarcimento dei danni da parte del veicolo antagonista se la causa diretta delle ferite è la sua condotta negligente.

La sentenza conferma che, in caso di cintura di sicurezza non allacciata, il risarcimento può essere escluso anche quando vi sia una colpa condivisa tra i conducenti.


La cooperazione colposa del conducente

La Suprema Corte ha tuttavia precisato un punto importante: se il passeggero avesse citato anche il conducente del veicolo su cui viaggiava, avrebbe potuto chiedere un risarcimento parziale in base al principio di “cooperazione colposa”.

In altre parole, il conducente che si mette in marcia sapendo che i passeggeri non hanno allacciato la cintura condivide la responsabilità delle conseguenze.

Questa precisazione sottolinea come la sicurezza stradale non sia solo una questione individuale, ma anche di vigilanza reciproca e rispetto delle regole da parte di tutti gli occupanti del veicolo.


Cintura di sicurezza: un obbligo, non un’opzione

L’art. 172 del Codice della Strada prevede l’obbligo di allacciare la cintura di sicurezza per conducente e passeggeri, anche sui sedili posteriori.

Le sanzioni non sono solo amministrative: in caso di incidente, il mancato uso della cintura può comportare la perdita del diritto al risarcimento o la riduzione proporzionale del danno risarcibile.

Oltre all’aspetto legale, l’uso della cintura resta la misura di sicurezza più efficace in caso di urto: secondo i dati ISTAT, può ridurre del 50% il rischio di lesioni gravi o mortali.

La mancata osservanza dell’obbligo, ossia una cintura di sicurezza non allacciata, può comportare non solo sanzioni amministrative ma anche la perdita del diritto al risarcimento.


Cintura di sicurezza non allacciata: cosa devono sapere conducenti e passeggeri

Per evitare conseguenze legali e sanitarie, è bene ricordare che:

  • la cintura va indossata sempre, anche nei brevi tragitti e sui sedili posteriori;
  • i conducenti devono assicurarsi che tutti i passeggeri siano allacciati prima di partire;
  • i genitori o tutori sono responsabili se i minori non indossano i dispositivi di ritenuta previsti;
  • in caso di incidente, il mancato uso della cintura può ridurre o escludere il diritto al risarcimento.

Sicurezza stradale e cultura della prevenzione

La decisione della Cassazione non mira a penalizzare i passeggeri, ma a ribadire un principio fondamentale: la sicurezza nasce dai comportamenti quotidiani.
Allacciare la cintura è un gesto semplice, ma può fare la differenza tra la vita e la morte.

Promuovere una cultura della sicurezza significa ricordare che la prevenzione non si limita ai luoghi di lavoro, ma accompagna ogni persona, ogni giorno anche sulla strada.

👉 Sicurezza 370 sostiene la diffusione di una cultura della sicurezza consapevole e condivisa, basata sul rispetto delle regole, sulla responsabilità individuale e sulla tutela della vita.


Approfondimento: cosa dice l’art. 172 del Codice della Strada

L’articolo 172 del Codice della Strada disciplina l’uso delle cinture di sicurezza e dei sistemi di ritenuta per bambini.
Ecco i punti principali:

  • Obbligo per tutti: conducente e passeggeri, sia anteriori sia posteriori, devono sempre indossare le cinture di sicurezza durante la marcia.
  • Responsabilità del conducente: il conducente è tenuto a verificare che i passeggeri siano correttamente assicurati con le cinture o con i sistemi di ritenuta per bambini.
  • Eccezioni limitate: alcune categorie (es. forze di polizia, conducenti di veicoli di emergenza, istruttori di guida) possono essere esentate solo in casi specifici.
  • Sanzioni: chi non indossa la cintura rischia una multa da 83 a 332 euro e la decurtazione di 5 punti dalla patente; se il passeggero è minorenne, la sanzione si applica al conducente.
  • Effetti assicurativi: in caso di incidente, il mancato uso della cintura può ridurre o escludere il diritto al risarcimento, come confermato dalla Cassazione n. 26656/2025.

📎 Il riferimento normativo e le decisioni complete della Cassazione sono disponibili sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.

Il messaggio è chiaro: la cintura di sicurezza è il primo strumento di prevenzione, un gesto semplice che tutela la vita e riduce le responsabilità in caso di incidente.

Telecamere comunali e fototrappole: regole privacy e obblighi

Le telecamere comunali e fototrappole sono sempre più utilizzate per contrastare l’abbandono dei rifiuti e il degrado urbano. Sono strumenti efficaci, ma il loro utilizzo è ammesso solo nel rispetto delle regole di privacy previste dal GDPR e dei provvedimenti del Garante.

Per Comuni e aziende private che gestiscono servizi ambientali, conoscere questi obblighi significa evitare sanzioni e garantire trasparenza verso i cittadini.

Telecamere comunali e fototrappole: regole privacy

Quando sono ammesse le telecamere comunali e le fototrappole

Il Garante Privacy ha chiarito che l’uso di questi strumenti è consentito solo se:

  • non ci sono alternative meno invasive (pattugliamenti o controlli manuali);
  • l’angolo di ripresa è limitato al punto di conferimento;
  • il trattamento è proporzionato e necessario all’obiettivo.

Cartelli videosorveglianza: come devono essere

Uno degli aspetti più importanti riguarda la segnaletica. I cartelli devono essere chiari e specifici, non generici. Devono contenere:

  • indicazione del titolare del trattamento (Comune o azienda incaricata);
  • finalità (contrasto abbandono rifiuti);
  • contatti del DPO;
  • rimando all’informativa completa (tramite QR code o link).

Per esempi pratici consulta le linee guida ufficiali del Garante Privacy.


Telecamere comunali e fototrappole: conservazione e accesso ai dati

Le immagini devono essere conservate solo per pochi giorni (72 ore/7 giorni) e l’accesso deve essere consentito esclusivamente a personale autorizzato, con tracciamento delle consultazioni.


DPIA e gestione del rischio

Nella maggior parte dei casi è obbligatoria una Valutazione d’Impatto (DPIA), che deve indicare:

  • rischi per i cittadini;
  • misure di sicurezza adottate (mascheramento, cifratura, accessi controllati);
  • principio di “privacy by design”.

Fototrappole e aziende private: responsabilità e obblighi

Se la gestione è affidata a ditte esterne, queste devono essere nominate responsabili del trattamento (art. 28 GDPR). In caso contrario, sia il Comune che l’azienda rischiano pesanti sanzioni.


Telecamere comunali e fototrappole: checklist per Comuni e aziende

  • Regolamento interno sull’uso delle fototrappole
  • DPIA e registro dei trattamenti
  • Cartelli conformi alle linee guida del Garante
  • Conservazione breve e controllata dei dati
  • Nomina delle aziende come responsabili del trattamento
  • Procedure per la gestione dei diritti dei cittadini

Conclusione

Le telecamere comunali e fototrappole sono strumenti preziosi per contrastare l’abbandono dei rifiuti, ma devono essere utilizzate nel pieno rispetto della privacy.

Per i Comuni significa regolare in modo trasparente i trattamenti; per le aziende private significa adottare procedure corrette e dimostrabili. Solo così è possibile unire efficacia operativa e tutela dei diritti.

👉 Sicurezza 370 supporta enti pubblici e aziende nella corretta applicazione delle regole, dall’analisi di conformità alla predisposizione di regolamenti e cartelli informativi.

La Piramide di Maslow e la sicurezza sul lavoro: una base per la crescita delle aziende

La Piramide di Maslow e sicurezza sul lavoro hanno un legame profondo: entrambe ci ricordano che la protezione delle persone è un bisogno primario, indispensabile quanto nutrirsi o dormire. Senza sicurezza, nessun lavoratore può sentirsi motivato, produttivo o pronto a contribuire alla crescita dell’azienda.

Abraham Maslow, psicologo statunitense, sosteneva che l’autorealizzazione, cioè il raggiungimento degli obiettivi personali e professionali, fosse possibile solo dopo aver soddisfatto i bisogni fondamentali: fisiologici, di sicurezza, di appartenenza, di stima e, infine, di realizzazione. Per le imprese, questo si traduce in un messaggio chiaro: la tutela dei lavoratori non è solo un obbligo di legge, ma la condizione necessaria per costruire ambienti di lavoro solidi e orientati al futuro.

Piramide di Maslow

La Piramide di Maslow e sicurezza sul lavoro: i cinque livelli applicati alle aziende

1. Bisogni fisiologici

Alla base della piramide troviamo i bisogni essenziali: respirare, bere, mangiare, dormire. Sul lavoro, corrispondono a condizioni di base come locali salubri, illuminazione adeguata, pause regolari, spazi sicuri… Senza queste attenzioni, è impossibile garantire il benessere minimo delle persone.

2. Sicurezza

Il secondo livello è il cuore del nostro tema: la sicurezza sul lavoro. Vuol dire prevenire rischi e infortuni, rispettare il D.Lgs. 81/2008, fornire dispositivi di protezione individuale adeguati, formare i lavoratori e garantire stabilità. In assenza di queste misure, non ci può essere motivazione né fiducia.

3. Appartenenza

Oltre alla protezione fisica, le persone hanno bisogno di sentirsi parte di un gruppo. Nelle aziende questo significa costruire un clima positivo, dove i lavoratori si percepiscono come parte di una squadra e non come semplici esecutori. Una cultura aziendale inclusiva incoraggia la partecipazione e aumenta la collaborazione sui temi della sicurezza.

4. Stima

Il quarto livello riguarda il riconoscimento. Un dipendente che si sente valorizzato è più incline a rispettare procedure e a contribuire al miglioramento continuo. Premiare i comportamenti sicuri e dimostrare fiducia nelle competenze dei collaboratori rafforza l’impegno collettivo.

5. Autorealizzazione

Il vertice della piramide è rappresentato dall’autorealizzazione. In azienda significa poter crescere professionalmente, sviluppare nuove competenze e contribuire in modo significativo agli obiettivi comuni. La sicurezza gioca un ruolo fondamentale: solo chi si sente tutelato può davvero esprimere il proprio potenziale.


Piramide di Maslow: perché le aziende devono partire dal bisogno di sicurezza?

Un’organizzazione che trascura la sicurezza mina la propria capacità di crescere. Al contrario, le imprese che investono nella protezione dei lavoratori ottengono vantaggi concreti:

  • riduzione di infortuni e malattie professionali;
  • minori assenze e costi imprevisti;
  • maggiore produttività;
  • miglioramento del clima aziendale;
  • attrazione e fidelizzazione dei talenti;
  • reputazione più solida verso clienti e stakeholder.

In altre parole, la sicurezza non è un costo, ma una leva strategica.


Cosa possono fare le aziende per integrare la Piramide di Maslow e sicurezza sul lavoro

Per trasformare la teoria in pratica, le imprese possono:

  • rispettare la normativa vigente (D.Lgs. 81/2008 e successive modifiche);
  • adottare sistemi di gestione come la ISO 45001;
  • garantire formazione continua, personalizzata e interattiva;
  • promuovere la partecipazione attiva dei lavoratori (es. segnalazione near miss);
  • inserire la sicurezza tra i valori aziendali e comunicarla in modo chiaro.

Conclusione: la tua azienda è pronta?

La Piramide di Maslow e sicurezza sul lavoro ci ricordano che la protezione delle persone è il fondamento di qualsiasi percorso di crescita. Senza sicurezza, non c’è benessere; senza benessere, non c’è motivazione; senza motivazione, non c’è sviluppo.

Sicurezza 370 aiuta le imprese a costruire ambienti di lavoro sicuri, conformi e motivanti, trasformando la sicurezza da semplice obbligo normativo a vero motore di crescita aziendale.

Nuovo Accordo Stato-Regioni: scopri cosa cambia

Il nuovo Accordo Stato-Regioni sulla formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro è ufficialmente realtà. Dopo un lungo percorso di confronto tra Governo, Regioni e Province autonome, il testo approvato introduce importanti novità destinate ad avere un impatto concreto su aziende, datori di lavoro, lavoratori e formatori.

L’obiettivo? Semplificare, uniformare e rendere più efficace la formazione obbligatoria prevista dal D.Lgs. 81/08, superando finalmente la frammentazione degli accordi precedenti. Ma cosa cambia davvero per le imprese? In questo articolo, Sicurezza 370 ti aiuta a capire i punti chiave, senza giri di parole.

Un testo unico per tutta la formazione

Una delle principali novità del nuovo Accordo Stato-Regioni è l’accorpamento in un unico documento di tutti gli accordi precedenti: quelli del 2011, 2012 e 2016. Un passo avanti importante per chi deve orientarsi tra obblighi formativi, durate, modalità e requisiti.

Obiettivi dell’Accordo:

  • Definire durata, contenuti minimi e modalità della formazione per tutti i soggetti coinvolti (lavoratori, preposti, dirigenti, datori di lavoro, RSPP, coordinatori, ecc.)
  • Stabilire modalità standard per la verifica dell’apprendimento
  • Introdurre criteri di valutazione dell’efficacia della formazione sul campo
  • Rafforzare il controllo sulla qualità dell’offerta formativa

Cosa cambia nella pratica per le aziende

Obbligo formativo anche per i datori di lavoro non RSPP

Una novità rilevante riguarda i datori di lavoro che non svolgono direttamente i compiti del Servizio di Prevenzione e Protezione: anche loro dovranno seguire un percorso formativo specifico. L’intento è chiaramente quello di rafforzare la cultura della sicurezza a partire dal vertice aziendale.

Stop alla FAD asincrona (con scadenza)

A partire dal 24 maggio 2026, la formazione in modalità FAD asincrona (cioè non in tempo reale) non sarà più ammessa per i corsi rivolti a lavoratori, preposti e dirigenti. Le uniche modalità consentite saranno:

  • presenza in aula
  • videoconferenza sincrona
  • e-learning solo per contenuti introduttivi o teorici, e solo se la piattaforma rispetta precisi requisiti

Verifica finale obbligatoria (e tracciabile)

Tutti i corsi previsti dall’Accordo dovranno concludersi con una verifica dell’apprendimento. La valutazione può avvenire tramite test, prove pratiche o colloquio, ma deve essere documentata e tracciabile, con verbale redatto e firmato dal responsabile del progetto formativo.

Quali corsi vengono regolati?

Il nuovo Accordo Stato-Regioni si applica a tutti i percorsi formativi previsti dal D.Lgs. 81/08, tra cui:

Per ognuno di questi percorsi, l’Accordo definisce:

  • obiettivi didattici
  • durata minima
  • contenuti minimi
  • modalità di erogazione e verifica

Visita il nostro sito per scoprire tutti i nostri corsi.

Cosa devono fare le aziende

Ecco un elenco pratico per capire se la tua azienda è pronta ad affrontare il cambiamento:

  • Verificare i corsi attualmente in uso: sono conformi alle nuove durate e ai contenuti?
  • Controllare i requisiti dei formatori: rispettano quanto previsto dal DM 6/3/2013?
  • Rivedere i verbali e gli attestati rilasciati: contengono tutte le informazioni richieste?
  • Programmare l’aggiornamento dei corsi FAD asincrona entro il 24 maggio 2026
  • Conservare correttamente tutta la documentazione dei corsi per almeno 10 anni
  • Coinvolgere gli Organismi Paritetici (se presenti nel territorio e nel settore), come previsto dall’art. 37

Il valore del credito formativo

Un aspetto positivo da sottolineare: la formazione generale per i lavoratori costituisce credito formativo permanente. Ciò significa che, in caso di cambio di azienda o mansione (salvo cambiamenti nel rischio), il lavoratore non dovrà ripetere il modulo generale. Lo stesso principio si applica ad alcuni moduli già svolti secondo l’accordo del 2011.

La tua azienda è pronta?

Il nuovo Accordo Stato-Regioni segna un’evoluzione necessaria nel modo di intendere la formazione sulla sicurezza: non più un mero obbligo da adempiere, ma un vero strumento per ridurre il rischio e migliorare le condizioni di lavoro.

Per le aziende, significa rivedere tempistiche, metodi e responsabilità. Farlo con anticipo e in modo consapevole può fare la differenza tra un adempimento formale e un reale investimento in sicurezza.

Sicurezza 370 supporta aziende, enti e professionisti nell’adeguamento ai nuovi obblighi formativi.
Contattaci per un confronto senza impegno: possiamo aiutarti a valutare cosa cambia per la tua realtà, come aggiornare i corsi e come migliorare l’efficacia della formazione in azienda.

Il Team di Sicurezza 370.

La patente a crediti nei cantieri: che cos’è e perché è importante per le imprese

Dal 1° luglio 2025 è pienamente attivo il Portale Nazionale del Lavoro per la gestione della patente a crediti nei cantieri edili: un nuovo strumento che punta a valorizzare chi lavora con serietà e a penalizzare chi trascura salute e sicurezza.

Per ottenere e mantenere la patente (obbligatoria per chi opera nei cantieri temporanei o mobili), le imprese devono dimostrare non solo la propria regolarità documentale, ma anche una gestione efficace della sicurezza: dalla formazione dei lavoratori fino alla sorveglianza sanitaria e alla revisione dei rischi aziendali.

Cosa prevede il sistema a crediti?

  • Ogni impresa in possesso dei requisiti ottiene 30 crediti iniziali
  • La patente può perdere punti in caso di violazioni
  • Ma può anche recuperarli grazie a corsi, adozione di buone prassi e investimenti sulla sicurezza

Un meccanismo premiante per chi lavora bene, ma che richiede anche un sistema organizzato, aggiornato e documentato.

Lavoratore in cantiere per patente a crediti

Serve un approccio integrato (e noi possiamo affiancarti)

Da sempre, in Sicurezza 370 lavoriamo per semplificare e rendere accessibili gli adempimenti sulla salute e sicurezza. Anche in questo caso, il nostro team è pronto a supportare le aziende:

  • nella valutazione dei rischi aggiornata
  • nella formazione obbligatoria e specifica per il personale
  • nell’adozione di procedure operative efficaci
  • nel monitoraggio costante dei requisiti di legge

Con la patente a crediti non si può più improvvisare: è essenziale prevenire le irregolarità, non solo per evitare sanzioni, ma anche per poter continuare a operare nei cantieri.

Hai dubbi o non sai da dove iniziare?

Contattaci: possiamo verificare la tua situazione attuale, individuare eventuali criticità e aiutarti a trasformare l’obbligo in un’opportunità per migliorare davvero la sicurezza in azienda.

Hai bisogno di supporto per adeguarti alla normativa? Contattaci per una consulenza personalizzata.

Il Team di Sicurezza 370.

Ordinanza caldo lavoro Lombardia 2025: regole aggiornate per la sicurezza sul lavoro

L’estate 2025 porta con sé un’importante novità per le aziende lombarde: la Regione ha emanato un’ordinanza per tutelare i lavoratori dal rischio caldo e dalle radiazioni solari nei luoghi di lavoro all’aperto. Questo provvedimento introduce obblighi precisi per i settori più esposti, con l’obiettivo di prevenire colpi di calore e stress termico.

Scopriamo insieme cosa prevede l’ordinanza e come affrontarla nel modo corretto.

Cosa dice l’ordinanza caldo lavoro Lombardia 2025?

L’ordinanza, valida dal 1° luglio al 15 settembre 2025, stabilisce il divieto di svolgere lavori all’aperto nelle ore più calde della giornata, precisamente dalle 12:30 alle 16:00, quando il rischio di esposizione a temperature elevate e radiazioni è “alto”.

I lavori soggetti a questa limitazione sono quelli che comportano uno sforzo fisico intenso sotto il sole, con particolare attenzione a:

  • Cantieri edili e stradali
  • Cave e miniere
  • Aziende agricole e florovivaistiche
  • Attività di manutenzione esterna, inclusa la logistica all’aperto

L’ordinanza prevede eccezioni solo per interventi urgenti o di pubblica utilità, purché siano adottate misure efficaci di prevenzione.

lavoratore stanco e accaldato

Chi è coinvolto dall’ordinanza?

L’ordinanza riguarda in particolare le PMI lombarde con lavoratori impiegati in attività all’aperto e a rischio di esposizione al caldo intenso e raggi solari, come:

  • Imprese edili, di costruzione e manutenzione
  • Aziende agricole e florovivaistiche
  • Società di logistica e movimentazione merci all’aperto
  • Imprese estrattive (cave e miniere)

Se la tua azienda rientra in questi settori, è fondamentale conoscere e rispettare le disposizioni regionali.

Quali misure minime di prevenzione sono richieste?

Per garantire la salute dei lavoratori, l’ordinanza indica alcune misure preventive essenziali da adottare:

  • Sospensione delle attività lavorative all’aperto nelle fasce orarie di massimo rischio (12:30-16:00) in giornate con livello di rischio “alto”
  • Informazione e formazione ai lavoratori sui rischi legati al caldo e alle radiazioni
  • Monitoraggio continuo delle condizioni meteorologiche tramite strumenti ufficiali (es. Worklimate)
  • Adozione di misure di protezione individuale (abbigliamento, protezione solare, idratazione frequente)
  • Organizzazione di pause supplementari e spazi ombreggiati per i lavoratori
  • Previsione di protocolli di emergenza per colpi di calore o malori improvvisi

Queste azioni rappresentano il minimo indispensabile per conformarsi all’ordinanza e tutelare i lavoratori.

Cosa rischia l’azienda in caso di mancata applicazione?

La mancata osservanza dell’ordinanza comporta rischi concreti per l’azienda, tra cui:

  • Sanzioni amministrative e penali, come previsto dall’articolo 650 del codice penale (inosservanza di un provvedimento dell’autorità)
  • Possibili sospensioni temporanee delle attività lavorative
  • Maggiore esposizione a responsabilità civili in caso di incidenti o malori legati al caldo
  • Danno reputazionale e perdita di fiducia da parte dei lavoratori e clienti

Rispetta l’ordinanza per evitare rischi e garantire un ambiente di lavoro sicuro.

Il divieto non si applica alle pubbliche amministrazioni, ai concessionari di pubblico servizio, ai loro appaltatori, agli interventi di protezione civile e di salvaguardia della pubblica incolumità.

Conclusione: proteggi la tua azienda e i tuoi lavoratori

L’ordinanza caldo lavoro Lombardia 2025 è un passo importante per garantire sicurezza e salute nei luoghi di lavoro all’aperto. Non aspettare che sia troppo tardi: verifica subito se la tua azienda è interessata e agisci per mettere in sicurezza i tuoi lavoratori.

Approfondisci a questo link.

Il Team Sicurezza 370

Privacy e gruppi societari: cosa prevede il GDPR

Il Regolamento UE n. 2016/679 (GDPR) si applica a tutte le realtà che trattano dati personali, indipendentemente dal settore produttivo. Questo significa che anche i gruppi societari, sia nazionali che internazionali, devono rispettarne le regole.

Ma come funziona la condivisione dei dati all’interno di un gruppo? Quali obblighi hanno le società controllate e la holding? Facciamo chiarezza.

Privacy e gruppi societari: cosa prevede il GDPR

Che cos’è un gruppo societario

Per gruppo societario si intende un insieme di società collegate da un rapporto di controllo esercitato da una società capogruppo (holding).

Questo legame comporta la necessità di scambio costante di informazioni, tra cui:

  • banche dati dei dipendenti,
  • elenchi clienti,
  • altre informazioni di natura personale.

GDPR e gruppi societari: cosa prevede la normativa

Il GDPR ha agevolato i trasferimenti di dati personali all’interno dell’Unione Europea, permettendo alle imprese di condividere informazioni tra Stati membri.

Per quanto riguarda i gruppi societari, la norma centrale è l’articolo 26, che introduce l’istituto della contitolarità del trattamento (joint controller agreement).


L’accordo di contitolarità (art. 26 GDPR)

Quando due o più titolari determinano congiuntamente finalità e mezzi del trattamento, sono considerati contitolari. In questo caso è necessario stipulare un accordo interno che definisca in modo chiaro:

  • Il riparto delle competenze per i trattamenti condivisi
  • Le regole per l’esercizio dei diritti degli interessati
  • I soggetti responsabili della comunicazione delle informazioni

Il contenuto essenziale dell’accordo deve essere sempre accessibile agli interessati.


Condivisione dei dati nei gruppi societari: le regole pratiche

Per garantire un trattamento conforme al GDPR nei gruppi societari è fondamentale:

  • Stabilire regole comuni per gestire i dati condivisi
  • Mantenere procedure uniformi in caso di violazioni (data breach)
  • Assicurarsi che l’informativa agli interessati menzioni esplicitamente la contitolarità, indicando il punto di contatto per le richieste

Conclusione

Il GDPR nei gruppi societari richiede un approccio coordinato: non basta condividere i dati per esigenze di business, serve un accordo chiaro e trasparente che tuteli i diritti degli interessati e definisca responsabilità precise.

Le imprese che adottano procedure comuni non solo rispettano la normativa, ma garantiscono maggiore fiducia a dipendenti, clienti e partner.

MOG 231: vantaggi e obblighi per le aziende

Il MOG 231 (Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo) ai sensi del D. Lgs. 231/01 non è obbligatorio, ma rappresenta uno strumento strategico che offre numerosi vantaggi per le aziende e gli enti.

MOG 231 vantaggi aziende

Riduzione o esclusione della responsabilità con il MOG 231

Se il modello è ben strutturato, può evitare che l’azienda venga ritenuta responsabile per reati commessi dai propri collaboratori interni o esterni.
Se il procedimento è già in corso, l’adozione del MOG può ridurre le sanzioni (pecuniarie, interdittive, confische, ecc.).


Maggiore affidabilità nei rapporti con i partner grazie al MOG 231

Molte aziende, soprattutto quelle pubbliche, chiedono ai propri fornitori di avere un MOG come prerequisito per lavorare insieme.
Scopri anche i nostri articoli dedicati alla certificazione ISO 45001.


Accesso facilitato a incentivi e finanziamenti

Il modello può migliorare il rating di legalità, un sistema che premia le aziende etiche e legali, rendendo più facile ottenere:

  • Finanziamenti pubblici
  • Prestiti bancari

Opportunità commerciali con il MOG 231

Il MOG 231 aumenta la trasparenza e aiuta a organizzare meglio i processi.
Riduce i rischi, grazie a controlli più efficaci e a una migliore distribuzione delle responsabilità.


Protezione per dirigenti e amministratori

Chi guida l’azienda può dimostrare di aver fatto il possibile per prevenire errori o reati.


Rispetto delle norme e miglioramento dell’immagine

Il modello aiuta a rispettare leggi importanti, come quelle su salute e sicurezza sul lavoro e tutela dell’ambiente.
Promuove una cultura della responsabilità individuale e collettiva migliorando la reputazione aziendale.
Per approfondire consulta anche il Decreto Legislativo 231/2001 sul sito Normattiva.


Opportunità commerciali

Il MOG 231 aumenta le possibilità di partecipare a bandi pubblici o di collaborare con grandi clienti.


Altri vantaggi concreti

  • Scelta più accurata di fornitori e collaboratori
  • Migliore controllo su spese e anticipi
  • Riduzione di rischi informatici e danni ai dati
  • Comunicazioni aziendali più affidabili
  • Prevenzione di infortuni, incidenti ambientali e pratiche scorrette

Conclusione

In sintesi, il MOG 231 non è solo una misura di protezione legale, ma anche uno strumento per migliorare l’efficienza, la competitività e l’immagine dell’azienda.
In prospettiva, adottare questo modello organizzativo significa rafforzare la governance aziendale, anticipare i rischi e dimostrare serietà verso istituzioni, clienti e stakeholder.

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