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Autore: admin_sicurezza360

Infortunio smart working: cosa cambia per aziende e lavoratori

Un recente caso esaminato dal Tribunale di Padova ha riportato l’attenzione su un tema sempre più attuale: l’infortunio smart working.

La decisione riguarda una lavoratrice che ha ottenuto il riconoscimento dell’invalidità derivante da un infortunio sul lavoro avvenuto durante l’attività svolta da casa. Il Giudice ha inoltre riconosciuto il rimborso delle spese sostenute per visite specialistiche private e consulenze mediche necessarie all’accertamento del danno.

Per le aziende il messaggio è chiaro: lo smart working non riduce gli obblighi in materia di salute e sicurezza.

In breve: anche in caso di infortunio smart working il lavoratore continua a beneficiare delle tutele previste dall’INAIL. La gestione della sicurezza nel lavoro agile rimane quindi un obbligo per il datore di lavoro.

infortunio smart working di una lavoratrice durante attività da remoto

Infortunio smart working: cosa è successo

La vicenda riguarda una lavoratrice che nel 2022 ha subito un infortunio mentre svolgeva la propria attività lavorativa in modalità agile presso la propria abitazione.

Per dimostrare l’entità del danno, la lavoratrice si è rivolta a professionisti privati sostenendo direttamente alcune spese mediche.

L’INAIL ha contestato il rimborso, sostenendo che tali prestazioni avrebbero dovuto essere effettuate tramite il Servizio Sanitario Nazionale.

Il Tribunale di Padova ha però accolto la richiesta della lavoratrice.


Infortunio smart working e rimborso delle visite private

Nel caso esaminato, il Giudice ha riconosciuto:

  • invalidità permanente pari al 9%;
  • rimborso delle spese mediche private;
  • rimborso delle spese legali.

Secondo il Tribunale, le visite specialistiche erano necessarie per accertare correttamente il danno subito dalla lavoratrice.


Infortunio smart working: cosa cambia

La sentenza non introduce una nuova legge.

Tuttavia conferma che ogni infortunio smart working deve essere valutato considerando le circostanze concrete e le esigenze effettive del lavoratore.

Per le aziende questo significa che il lavoro agile deve essere gestito con la stessa attenzione riservata alle attività svolte in sede.

Le tutele INAIL restano valide

Molti datori di lavoro ritengono erroneamente che lavorare da casa riduca le responsabilità aziendali.

In realtà il lavoratore continua a essere coperto dall’assicurazione INAIL quando l’infortunio è collegato all’attività lavorativa svolta.

La tutela non viene meno solo perché la prestazione viene eseguita presso l’abitazione.


Smart working: attenzione alla nuova informativa obbligatoria

Dal 7 aprile 2026, con l’entrata in vigore della Legge 11 marzo 2026 n. 34, l’informativa sui rischi per la salute e sicurezza nel lavoro agile assume un ruolo ancora più rilevante. Il datore di lavoro deve consegnare al lavoratore e al RLS (se presente) un’informativa scritta che descriva i rischi generali e specifici connessi allo svolgimento dell’attività in modalità smart working.

La mancata predisposizione o consegna dell’informativa può esporre l’azienda a responsabilità e sanzioni. Per questo motivo è fondamentale verificare che il documento sia aggiornato, coerente con le mansioni svolte e correttamente trasmesso ai lavoratori interessati.


Infortunio smart working: quali rischi per l’azienda

Il rischio principale è sottovalutare la gestione della sicurezza nel lavoro agile.

Una documentazione incompleta o una formazione insufficiente possono rendere più difficile dimostrare l’adempimento degli obblighi previsti dalla normativa.

In caso di verifica, contenzioso o accertamento, l’azienda potrebbe trovarsi in difficoltà nel ricostruire correttamente l’evento.

Un esempio concreto

Un’impiegata lavora da casa due giorni alla settimana.

Durante l’orario di lavoro si alza per recuperare documentazione necessaria allo svolgimento delle proprie mansioni e cade procurandosi una lesione.

Se viene dimostrato il collegamento tra l’attività svolta e l’evento lesivo, l’infortunio può essere riconosciuto come infortunio sul lavoro.


Infortunio smart working: cosa deve fare l’azienda

Per gestire correttamente il rischio legato allo smart working è opportuno:

Verificare l’informativa

Controllare che l’informativa consegnata ai lavoratori sia aggiornata e coerente con le attività svolte.

Aggiornare la formazione

I lavoratori devono conoscere i rischi connessi all’attività da remoto e all’utilizzo dei videoterminali.

Definire procedure interne

È importante stabilire come segnalare un eventuale infortunio e quali informazioni raccogliere immediatamente dopo l’evento.

Conservare la documentazione

Informative, attestati e registrazioni della formazione devono essere conservati per dimostrare il corretto adempimento degli obblighi aziendali.


Hai verificato la gestione dello smart working nella tua azienda?

L’infortunio smart working è un tema che richiede attenzione, procedure chiare e documentazione aggiornata.

Sicurezza370 supporta aziende, HR e datori di lavoro nella gestione della sicurezza sul lavoro, nella redazione del DVR, nell’aggiornamento delle procedure e nella formazione dei lavoratori.

Prenota un appuntamento con i consulenti di Sicurezza370 per verificare la conformità della tua organizzazione e gestire correttamente il lavoro agile.

Fonti:


Per ulteriori approfondimenti sulle recenti novità normative che interessano le aziende, consulta anche il nostro articolo Decreto sicurezza 2026: il nuovo reato stradale e le implicazioni per le aziende”.

Videosorveglianza dipendenti pubblici: quando la sanzione è illegittima

La videosorveglianza dipendenti pubblici continua a essere uno dei temi più delicati per Comuni ed enti locali. Un recente provvedimento del Garante Privacy ha chiarito che le immagini registrate da un impianto installato senza il rispetto delle garanzie previste dalla legge non possono essere utilizzate per sanzionare disciplinarmente un lavoratore.

Con il Provvedimento n. 70 del 12 febbraio 2026, il Garante per la Protezione dei Dati Personali ha ribadito un principio fondamentale: la videosorveglianza dipendenti pubblici deve rispettare sia le norme privacy sia le garanzie previste dallo Statuto dei Lavoratori.

In caso contrario, le immagini raccolte non possono essere utilizzate per contestare disciplinarmente il dipendente.

In breve: un Comune ha utilizzato le immagini delle telecamere per contestare il comportamento di un lavoratore. Il Garante ha dichiarato illecito il trattamento dei dati e ha sanzionato l’ente.

Videosorveglianza dipendenti pubblici: il caso esaminato dal Garante

La vicenda nasce dal reclamo di un dipendente comunale.

L’amministrazione aveva installato quattro telecamere all’interno e all’esterno di un magazzino comunale con l’obiettivo di tutelare il patrimonio dell’ente dopo alcuni episodi di furto.

Successivamente le immagini sono state utilizzate per contestare alcuni comportamenti del lavoratore.

Il problema?

L’impianto era stato installato senza accordo sindacale e senza autorizzazione dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro.


Perché il trattamento è stato considerato illecito

Secondo il Garante, anche se il personale utilizza il magazzino solo occasionalmente, il sistema era comunque idoneo a controllare l’attività lavorativa.

Per questo motivo trovava applicazione l’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori.

L’ente avrebbe dovuto ottenere:

  • accordo sindacale;
  • autorizzazione dell’Ispettorato del Lavoro;
  • informativa ai lavoratori;
  • corretta gestione privacy.

In assenza di questi requisiti, il trattamento dei dati è risultato illecito.


Videosorveglianza dipendenti pubblici: cosa dice il Garante

Il provvedimento conferma un principio spesso sottovalutato.

Le telecamere non rappresentano soltanto uno strumento di sicurezza.

Sono un sistema di trattamento dei dati personali e devono essere gestite secondo le regole previste dal GDPR e dalla normativa lavoristica.


Videosorveglianza dipendenti pubblici e sanzioni disciplinari

Solo se sono state raccolte legittimamente.

Il Garante ha chiarito che le informazioni ottenute attraverso un impianto installato in violazione dell’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori non possono essere utilizzate per finalità disciplinari.

In pratica, se il sistema nasce in modo irregolare, anche il successivo utilizzo delle immagini diventa illegittimo.


Videosorveglianza dipendenti pubblici: quali rischi per l’ente

La mancata regolarizzazione dell’impianto può comportare diverse conseguenze.

Tra le principali:

  • inutilizzabilità delle immagini;
  • contestazioni da parte dei lavoratori;
  • provvedimenti del Garante Privacy;
  • sanzioni amministrative;
  • contenziosi con il personale.

Esempio di videosorveglianza dipendenti pubblici

Un Comune installa telecamere in un deposito comunale per prevenire furti e danneggiamenti.

Le immagini mostrano un comportamento ritenuto scorretto da parte di un dipendente.

L’ente avvia il procedimento disciplinare utilizzando i filmati.

Se però l’impianto non è stato autorizzato correttamente, le immagini potrebbero non essere utilizzabili e la contestazione rischia di perdere efficacia.


Videosorveglianza dipendenti pubblici: cosa deve fare l’ente

Prima di installare o utilizzare un sistema di videosorveglianza è opportuno verificare tutti gli adempimenti normativi.

Verificare l’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori

Occorre valutare se l’impianto può comportare il controllo dell’attività lavorativa.

Predisporre la documentazione privacy

Informative, registri dei trattamenti e procedure devono essere aggiornati e coerenti con il sistema installato.

Effettuare la DPIA

Quando richiesto, la valutazione d’impatto deve essere svolta prima dell’attivazione dell’impianto e con il coinvolgimento del DPO.

Formare i soggetti coinvolti

Personale autorizzato, responsabili e amministratori devono conoscere le regole di utilizzo del sistema.


Perché questo provvedimento è importante

Il Garante ha ricordato che la videosorveglianza non può essere gestita come un semplice impianto tecnologico.

Serve una corretta governance che coinvolga diritto del lavoro, protezione dei dati personali e organizzazione interna.

Per gli enti pubblici e per i datori di lavoro il messaggio è chiaro: prima di utilizzare le immagini raccolte dalle telecamere è necessario verificare che tutto il sistema sia stato progettato e gestito nel rispetto della normativa.


Hai verificato la conformità del tuo sistema di videosorveglianza?

Sicurezza370 supporta enti pubblici e aziende nella gestione degli adempimenti privacy, nella redazione della documentazione GDPR e nella verifica della conformità dei sistemi di videosorveglianza.

Contattaci per una consulenza e verifica che il tuo impianto sia conforme alle disposizioni normative vigenti.


Fonti


Approfondimento correlato

Per ulteriori approfondimenti sulle recenti novità normative che interessano le aziende, leggi anche il nostro articolo “Privacy comuni sanzioni: quando paga il funzionario”

Contributi sicurezza sul lavoro 2026: come recuperarli davvero

Nel 2026, i contributi sicurezza lavoro 2026 rappresentano un’opportunità concreta per le aziende che vogliono ridurre i costi legati alla formazione obbligatoria e agli adempimenti normativi.

Molte imprese, però, continuano a sostenere queste spese senza verificare se siano recuperabili.

Non si tratta di incentivi straordinari, ma di contributi strutturati, legati agli enti bilaterali e alla formazione obbligatoria, spesso non utilizzati per mancanza di informazione o gestione.

In questo articolo vediamo cosa sono, come funzionano e cosa deve fare concretamente un’azienda.

Contributi sicurezza lavoro 2026 per aziende: formazione e enti bilaterali
Nel 2026 le aziende possono recuperare parte dei costi per la sicurezza sul lavoro attraverso contributi legati agli enti bilaterali.

Cosa sono i contributi sicurezza lavoro 2026

I contributi per la sicurezza sul lavoro sono agevolazioni economiche destinate alle imprese, generalmente erogate tramite enti bilaterali.

Possono coprire, in tutto o in parte, spese relative a:

  • formazione obbligatoria sulla sicurezza
  • aggiornamenti periodici
  • formazione RLS
  • apprendistato
  • certificazioni aziendali
  • welfare aziendale

Si tratta quindi di un meccanismo di rimborso su costi che l’azienda sostiene già per obbligo normativo.


Enti bilaterali e contributi sicurezza lavoro 2026: come funzionano

Gli enti bilaterali sono organismi costituiti da associazioni datoriali e organizzazioni sindacali.

Nel settore artigiano, uno dei principali riferimenti in Lombardia è ELBA.

Questi enti:

  • gestiscono contributi e provvidenze per le imprese
  • pubblicano annualmente bandi e rimborsi
  • erogano contributi alle aziende che rispettano determinati requisiti

Molte aziende risultano già iscritte tramite il proprio contratto collettivo, senza esserne pienamente consapevoli.


Contributi sicurezza lavoro 2026: situazione attuale

Ad oggi, le nuove provvidenze relative al 2026 non risultano ancora pubblicate ufficialmente.

È però importante considerare che:

  • i contributi vengono rinnovati ogni anno
  • nel 2026 è ancora possibile presentare domande relative a spese sostenute nel 2025 (entro le scadenze previste)

Di conseguenza, il sistema è operativo anche nel 2026, ma richiede monitoraggio e aggiornamento costante.


Esempi concreti di contributi sicurezza lavoro

Per comprendere il funzionamento, è utile fare riferimento alle provvidenze degli anni recenti.

Tra i contributi più frequenti:

  • formazione e aggiornamento professionale: fino a circa 520 €
  • formazione RLS: contributi dedicati
  • apprendistato: incentivi per formazione e inserimento
  • certificazioni aziendali: contributi per adeguamenti normativi
  • assunzioni: incentivi economici

Le modalità e gli importi possono variare, ma la struttura degli interventi resta sostanzialmente invariata.


Perché le aziende non usano i contributi sicurezza lavoro 2026

Nella pratica, molte aziende non accedono ai contributi per motivi operativi:

  • non verificano l’iscrizione agli enti bilaterali
  • non monitorano la pubblicazione dei bandi
  • non gestiscono correttamente la documentazione
  • non rispettano le scadenze

Il risultato è una perdita economica sistematica.


Formazione e contributi: dove si recupera di più

L’ambito più rilevante è quello della formazione sulla sicurezza, obbligatoria ai sensi del D.Lgs. 81/2008.

Tra le attività più comuni:

  • formazione lavoratori (generale e specifica)
  • aggiornamenti quinquennali
  • formazione RLS
  • formazione preposti e dirigenti

Queste spese rappresentano un costo certo per l’azienda, ma spesso rientrano tra quelle finanziabili.


Come accedere ai contributi sicurezza lavoro 2026

Per valutare la possibilità di recupero, è necessario:

  1. verificare l’iscrizione a un ente bilaterale
  2. analizzare le provvidenze disponibili
  3. individuare le spese sostenute
  4. predisporre la documentazione richiesta
  5. rispettare le scadenze operative

Senza un’analisi strutturata, il rischio di perdere i contributi è elevato.


Cosa fare nel 2026

Nel 2026 è consigliabile agire su due livelli:

  • verificare la possibilità di recuperare contributi relativi al 2025
  • monitorare la pubblicazione delle nuove provvidenze

Un intervento tempestivo consente di ottimizzare i costi già sostenuti.


Verifica contributi sicurezza: supporto per le aziende

Per evitare errori e omissioni, è possibile effettuare una verifica preventiva.

Sicurezza370 supporta le aziende in:

  • verifica dell’iscrizione agli enti bilaterali
  • analisi dei contributi disponibili
  • individuazione delle spese recuperabili

Vuoi sapere se la tua azienda può recuperare contributi sulla sicurezza?

contattaci tramite il link: https://www.sicurezza370.eu/contatti


Conclusione

I contributi per la sicurezza sul lavoro rappresentano un’opportunità concreta per ridurre i costi aziendali.

Nel 2026 il sistema è attivo, ma richiede attenzione, aggiornamento e gestione corretta.

Le aziende che non monitorano queste opportunità rinunciano, di fatto, a risorse già disponibili.


Per approfondire il funzionamento degli enti bilaterali è possibile consultare il sito ufficiale di ELBA: https://www.elba.lombardia.it/

Licenziamento per assenteismo: cosa dice davvero la Cassazione

Il licenziamento per assenteismo è tornato al centro dell’attenzione dopo una recente decisione della Cassazione. Molte aziende pensano che troppe assenze per malattia bastino per interrompere il rapporto di lavoro, ma la realtà è molto più complessa.

Con l’ordinanza n. 5469 dell’11 marzo 2026, la Corte ha chiarito quando il datore di lavoro può davvero procedere e quali errori rischiano di trasformarsi in una causa di lavoro.

Licenziamento per assenteismo e assenze per malattia

Licenziamento per assenteismo: il caso analizzato dalla Cassazione

La vicenda riguarda un lavoratore di un importante polo logistico.

Secondo l’azienda, il dipendente risultava spesso assente per malattia, soprattutto in coincidenza con specifici turni di lavoro. Questo comportamento aveva creato difficoltà organizzative, aumento dei costi e problemi nella gestione dei turni.

Per questo motivo, la società aveva deciso di procedere con il licenziamento.

Il punto centrale? L’azienda sosteneva che la prestazione lavorativa fosse diventata “inutile” a causa delle continue assenze.


Cosa cambia davvero per le aziende

La Cassazione, però, ha fatto una distinzione molto importante.

Le troppe assenze non bastano automaticamente a dimostrare uno “scarso rendimento”.

Se le assenze dipendono da malattia regolarmente certificata, il datore di lavoro non può semplicemente sostenere che il lavoratore renda poco.

Il vero elemento decisivo diventa invece il superamento del periodo di comporto.

Cos’è il periodo di comporto

È il periodo massimo di assenza per malattia durante il quale il lavoratore conserva il posto di lavoro.

Superato quel limite previsto dal contratto collettivo, il licenziamento può diventare legittimo.

Ma attenzione: senza verifica del comporto, il rischio di contestazioni è molto alto.


Errore comune: confondere assenteismo e scarso rendimento

Molte aziende commettono questo errore.

Vedono un numero elevato di assenze e parlano subito di scarso rendimento.

In realtà, dal punto di vista giuridico, la situazione è diversa.

  • Le assenze per malattia certificate sono tutelate;
  • Lo scarso rendimento richiede prove precise;
  • Serve dimostrare una responsabilità del lavoratore;
  • Conta anche il rispetto del comporto previsto dal CCNL.

È proprio qui che nascono molti contenziosi.


Licenziamento per assenteismo: cosa deve fare l’azienda

Prima di procedere con un licenziamento legato alle assenze, è fondamentale verificare alcuni aspetti:

  • calcolo corretto del periodo di comporto;
  • tipologia delle assenze;
  • documentazione medica;
  • previsioni del CCNL applicato;
  • impatti organizzativi realmente dimostrabili.

Agire senza una verifica preventiva può esporre l’azienda a cause di lavoro, reintegri o richieste economiche importanti.


Attenzione a questo punto

Non tutte le assenze “sospette” consentono automaticamente il licenziamento.

La Cassazione ribadisce un principio molto chiaro: servono elementi concreti e una gestione corretta del rapporto di lavoro.

Quando si parla di assenze, malattia e organizzazione aziendale, improvvisare è spesso il modo più veloce per finire davanti a un giudice.


Gestire male assenze, comporto e documentazione può creare problemi molto più seri di quanto sembri.

Per questo è importante conoscere bene obblighi, limiti e responsabilità del datore di lavoro.

Leggi anche: lavoratore turnista e Cassazione


Fonti ufficiali:

Normattiva

Corte di Cassazione

Privacy comuni sanzioni: quando paga il funzionario

Privacy comuni sanzioni: non è solo un tema tecnico. È un rischio concreto per enti pubblici e funzionari.

Pubblicare un atto online senza attenzione ai dati personali può portare a sanzioni e responsabilità interne.

Una recente decisione della Corte dei Conti chiarisce un punto importante: in alcuni casi, può pagare anche il funzionario.

gestione della privacy nei comuni e rischio sanzioni per pubblicazione dati

Privacy comuni sanzioni: cosa è successo

Un Comune pubblica un’ordinanza sull’albo pretorio online.

All’interno del documento ci sono dati personali non necessari.

Un cittadino segnala la violazione al Garante Privacy.

Risultato:

  • sanzione amministrativa al Comune
  • verifica della Corte dei Conti

Per approfondire il tema della protezione dei dati personali puoi consultare il sito ufficiale del Garante per la protezione dei dati personali.


Privacy comuni sanzioni: cosa cambia davvero

La regola è semplice:

  • il Comune paga la sanzione
  • ma può rivalersi se c’è colpa grave

👉 Se l’errore è evidente e evitabile, il funzionario può essere coinvolto

👉 Se non è grave, resta a carico dell’ente


Privacy comuni sanzioni: cosa rischia davvero

Non si tratta solo di una multa.

  • sanzioni economiche
  • responsabilità personali
  • procedimenti interni
  • danno reputazionale

Il punto critico: questi errori sono quasi sempre evitabili.


Perché è un problema organizzativo

Quando accade un errore, raramente è solo una distrazione.

Di solito manca:

  • una procedura chiara
  • un controllo prima della pubblicazione
  • formazione adeguata

In altre parole: manca una gestione strutturata della privacy.


Dove succede più spesso

  • albo pretorio online
  • atti amministrativi
  • ordinanze pubblicate online
  • documenti sul sito istituzionale

Cosa deve fare l’azienda

Checklist operativa

  • Controllare sempre i documenti prima della pubblicazione
  • Eliminare dati personali non necessari
  • Definire procedure interne scritte
  • Formare il personale
  • Prevedere un doppio controllo
  • Coinvolgere un consulente privacy

Errore più comune: pubblicare documenti senza verifica.


Esempio concreto

  • ✔ corretto: pubblicare solo dati necessari
  • ❌ errore: inserire nomi e dati personali non richiesti

Conclusione

La privacy nei Comuni non è un adempimento formale.

È un sistema da gestire per evitare sanzioni e responsabilità.


Vuoi capire se sei in regola?

Possiamo aiutarti a verificare i tuoi processi e ridurre i rischi.

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Bandi e finanziamenti 2026 per le imprese: guida operativa con dati concreti

Introduzione

Nel 2026 i bandi imprese 2026 rappresentano una delle principali opportunità per accedere a finanziamenti, contributi a fondo perduto e incentivi per investimenti, sicurezza sul lavoro e innovazione.

Molte aziende, tuttavia, non riescono a beneficiarne per:

  • mancanza di informazioni chiare
  • requisiti non soddisfatti
  • documentazione non adeguata

Questa guida riassume le principali opportunità disponibili, con dati concreti e indicazioni pratiche.

bandi imprese 2026 finanziamenti aziende grafico crescita

Bando ISI INAIL tra i bandi imprese 2026

Il bando ISI dell’INAIL finanzia interventi per il miglioramento della salute e sicurezza sul lavoro.

Dati principali

  • contributo a fondo perduto pari al 65% delle spese ammissibili
  • importo massimo finanziabile fino a 130.000 €
  • percentuale elevabile fino all’80% in specifiche linee di intervento
  • investimento minimo pari a 5.000 €

Interventi finanziabili

  • sostituzione di macchinari non conformi
  • riduzione dei rischi infortunistici
  • miglioramento ergonomico
  • bonifica amianto
  • adozione di modelli organizzativi per la sicurezza

👉 Per maggiori informazioni è possibile consultare il sito ufficiale dell’INAIL dedicato ai finanziamenti alle imprese.


Transizione 4.0 nei bandi imprese 2026

Misura finalizzata a incentivare gli investimenti in beni strumentali e tecnologie digitali.

Dati principali

  • credito d’imposta fino al 40% del costo per investimenti fino a 2,5 milioni €
  • aliquote ridotte per investimenti di importo superiore

Interventi finanziabili

  • macchinari interconnessi
  • software gestionali
  • sistemi di automazione e digitalizzazione

Il beneficio viene recuperato tramite compensazione fiscale.


Nuova Sabatini tra i bandi imprese 2026

Strumento dedicato all’acquisto di beni strumentali.

Dati principali

  • finanziamenti compresi tra 20.000 € e 4 milioni €
  • contributo sugli interessi calcolato su tassi convenzionali:
    • circa 2,75% per investimenti ordinari
    • circa 3,575% per investimenti in tecnologie 4.0

SIMEST nei bandi imprese 2026 per l’internazionalizzazione

Misure a supporto dei processi di internazionalizzazione gestite da SIMEST.

Dati principali

  • finanziamento fino al 100% delle spese ammissibili
  • quota a fondo perduto fino al 20%

Interventi finanziabili

  • partecipazione a fiere internazionali
  • sviluppo commerciale estero
  • attività di marketing
  • formazione del personale

Bandi imprese 2026 in Lombardia

Le misure regionali e camerali supportano investimenti, digitalizzazione e sviluppo aziendale.

Dati principali

  • contributi medi tra il 40% e il 60% delle spese
  • importi variabili:
    • fino a 10.000 € per interventi di piccola entità
    • fino a 50.000 € per investimenti strutturati

Interventi finanziabili

  • acquisto di macchinari
  • software e strumenti digitali
  • marketing e internazionalizzazione
  • formazione

Confronto sintetico delle principali misure dei bandi imprese 2026

Tra i principali bandi imprese 2026 è utile confrontare le diverse agevolazioni disponibili.

MisuraTipologiaIntensità del contributo
INAIL ISIFondo perdutofino al 65–80%
Transizione 4.0Credito d’impostafino al 40%
Nuova SabatiniContributo interessivariabile
Bandi LombardiaFondo perduto40–60%

Requisiti per l’accesso ai bandi

L’accesso alle agevolazioni è subordinato al rispetto di alcuni requisiti di base:

  • regolarità contributiva
  • conformità in materia di sicurezza sul lavoro
  • formazione obbligatoria aggiornata
  • documentazione aziendale completa

La verifica di questi elementi è preliminare rispetto alla presentazione della domanda.


Valutazione delle opportunità

La scelta del bando più adatto dipende da:

  • tipologia di attività
  • investimenti previsti
  • stato organizzativo dell’azienda

Una valutazione preliminare consente di individuare le misure più coerenti e ridurre il rischio di esclusione.


Contatto

Per un’analisi delle opportunità applicabili alla tua azienda è possibile richiedere una verifica preliminare, finalizzata a individuare:

  • le misure accessibili
  • i requisiti da integrare
  • le priorità di intervento

Nota bandi

Le condizioni dei bandi possono subire aggiornamenti o modifiche da parte degli enti erogatori. È opportuno verificare sempre i requisiti al momento della domanda.


La legge di conversione del Decreto-Legge n. 159/2025 ha confermato l’impianto del provvedimento, introducendo alcune modifiche operative su sicurezza, controlli e organizzazione aziendale

👉 Approfondisci tutte le novità del Decreto sicurezza lavoro 2025

Decreto sicurezza 2026: il nuovo reato stradale e le implicazioni per le aziende

Il reato stradale fuga all’alt, introdotto dal decreto sicurezza 2026, modifica in modo concreto il Codice della Strada: la fuga pericolosa diventa un reato penale.

La novità ha effetti anche in ambito lavorativo, soprattutto per le aziende in cui i dipendenti utilizzano veicoli durante l’attività.

reato stradale fuga all’alt decreto sicurezza 2026

Reato stradale fuga all’alt: cosa prevede la norma

Con l’introduzione del comma 7-bis all’art. 192 del Codice della Strada, è punito penalmente il conducente che non si ferma all’alt e si dà alla fuga mettendo in pericolo altre persone.

  • mancato arresto all’alt delle forze di polizia
  • tentativo di fuga
  • pericolo per altri utenti della strada

Sanzioni previste

  • reclusione da 6 mesi a 5 anni
  • sospensione della patente da 1 a 2 anni
  • confisca del veicolo

Cosa cambia con il reato stradale fuga all’alt

Prima il mancato arresto all’alt era generalmente sanzionato in via amministrativa. Oggi, se la condotta crea pericolo, assume rilevanza penale autonoma.

Questo comporta un aumento del rischio per chi guida durante il lavoro e richiede maggiore attenzione nella gestione aziendale.


Impatti sulla sicurezza sul lavoro

La norma incide sulla gestione della sicurezza aziendale, in particolare quando i lavoratori utilizzano veicoli per:

  • trasferte
  • attività presso clienti
  • uso di mezzi aziendali
  • servizi di consegna o assistenza

Un comportamento scorretto alla guida durante l’attività lavorativa può avere conseguenze anche sull’organizzazione aziendale.

Per una gestione completa della sicurezza aziendale, è possibile consultare i servizi sul nostro sito.


Cosa devono fare le aziende

  • aggiornare il DVR includendo il rischio guida
  • definire procedure operative chiare
  • informare i lavoratori sui comportamenti corretti
  • regolamentare l’utilizzo dei mezzi aziendali

Il reato stradale fuga all’alt richiede quindi un adeguamento organizzativo per ridurre il rischio e garantire conformità normativa.


Supporto operativo

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Dati personali sui social: cosa dice la Cassazione sulla privacy

I dati personali sui social devono essere trattati con attenzione, soprattutto quando riguardano soggetti vulnerabili. Una recente sentenza della Cassazione ha chiarito i limiti della pubblicazione online e le responsabilità legate alla diffusione di contenuti.

dati personali sui social privacy e limiti della pubblicazione

Dati personali sui social e tutela della privacy

La diffusione di immagini e informazioni personali sui social network può comportare gravi violazioni della privacy.

In particolare, è necessario prestare attenzione quando i contenuti riguardano:

  • minori;
  • persone in condizioni di fragilità;
  • soggetti con problemi di salute;
  • situazioni di disagio economico o sociale.

In questi casi, la pubblicazione dei dati personali sui social deve rispettare i principi previsti dalla normativa sulla protezione dei dati.

👉 Garante per la protezione dei dati personali
https://www.garanteprivacy.it


Il caso esaminato dalla Cassazione

La vicenda riguarda la pubblicazione, su una pagina Facebook personale, di video e immagini che ritraevano persone in condizioni di difficoltà, tra cui minori e un soggetto disabile, facilmente identificabili.

I contenuti erano accompagnati da informazioni sulla vita privata e sullo stato di salute.

Inizialmente, il Tribunale aveva ritenuto legittima la condotta, qualificandola come comunicazione istituzionale.
La Cassazione ha invece escluso questa interpretazione.


Dati personali sui social: quando non è comunicazione istituzionale

Secondo la Corte, la pubblicazione dei contenuti non poteva essere considerata attività istituzionale, perché:

  • avveniva su un profilo personale;
  • non esisteva una base normativa specifica;
  • mancava un canale ufficiale dell’ente.

Di conseguenza, non si applica l’esimente dell’interesse pubblico prevista dal GDPR.

👉 Normativa privacy (GDPR e Codice Privacy)
https://www.normattiva.it


Dati personali sui social: i limiti da rispettare

La Cassazione ha ribadito un principio importante:
anche sui social valgono le regole deontologiche del giornalismo, soprattutto quando si trattano dati sensibili.

Questo significa che:

  • non è possibile pubblicare dati personali senza adeguata base giuridica;
  • devono essere rispettati dignità e riservatezza delle persone;
  • è necessario evitare la diffusione di informazioni che possano arrecare danno.

La libertà di espressione non è assoluta e deve sempre essere bilanciata con il diritto alla privacy.


Cosa significa per aziende e professionisti

Chi gestisce contenuti online deve prestare particolare attenzione alla pubblicazione dei dati personali sui social.

È fondamentale:

  • verificare sempre la liceità del trattamento;
  • evitare la diffusione di dati sensibili;
  • proteggere l’identità dei soggetti vulnerabili;
  • utilizzare canali ufficiali per comunicazioni istituzionali.

Una gestione non corretta può comportare sanzioni anche rilevanti.


Conclusione

La sentenza della Cassazione conferma che la pubblicazione di dati personali sui social deve rispettare regole precise, soprattutto quando coinvolge soggetti fragili.

Comprendere questi limiti è fondamentale per evitare violazioni e tutelare la dignità delle persone.

Sicurezza370 promuove una cultura della prevenzione che include anche l’uso corretto delle informazioni e il rispetto della privacy nei contesti lavorativi e digitali.

Una corretta gestione dei dati personali sui social è oggi parte integrante della prevenzione dei rischi legali e reputazionali per aziende e professionisti.


🔗 Approfondimento interno

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Decreto sicurezza lavoro 2025: conferme e modifiche della conversione

Il decreto sicurezza lavoro 2025 introduce nuove misure per la tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e, con la legge di conversione, viene confermato nella sua struttura con alcune modifiche e integrazioni.

👉 Testo normativo ufficiale
https://www.normattiva.it

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Decreto sicurezza lavoro 2025: conferme e modifiche della conversione

Con la legge di conversione, il decreto sicurezza lavoro 2025 viene sostanzialmente confermato.

Le modifiche introdotte riguardano principalmente:

  • aspetti formali e di coordinamento normativo;
  • chiarimenti su alcune disposizioni;
  • miglioramenti tecnici del testo.

Non cambia l’impostazione generale: il decreto mantiene l’obiettivo di rafforzare il sistema di prevenzione e controllo.

👉 Gazzetta Ufficiale
https://www.gazzettaufficiale.it


Focus sulla prevenzione

Uno degli aspetti più rilevanti del provvedimento è il rafforzamento della prevenzione.

Non si tratta solo di aumentare le sanzioni, ma di:

  • migliorare l’organizzazione aziendale;
  • incentivare comportamenti corretti;
  • promuovere la segnalazione dei rischi;
  • diffondere una cultura della sicurezza più consapevole.

Questo approccio affianca il sistema sanzionatorio con strumenti orientati alla gestione del rischio.


Cosa significa per le aziende

Per le imprese, il decreto sicurezza lavoro 2025 comporta una maggiore attenzione a:

  • organizzazione interna;
  • rispetto degli obblighi normativi;
  • gestione dei rischi;
  • sistemi di controllo.

Le aziende devono quindi verificare che i propri processi siano coerenti con le nuove disposizioni e aggiornare, se necessario, le procedure interne.


Conclusione decreto sicurezza lavoro

La legge di conversione conferma la direzione intrapresa dal decreto: rafforzare il sistema di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.

Accanto alle sanzioni, emerge con forza il tema della prevenzione e della responsabilità organizzativa.

Comprendere queste novità è fondamentale per operare in modo conforme e ridurre i rischi.

Sicurezza370 promuove una cultura della sicurezza basata sulla prevenzione, sulla conoscenza delle norme e sulla corretta gestione dei rischi.

Monitorare gli aggiornamenti normativi e adeguare le procedure interne è essenziale per garantire un sistema di prevenzione efficace e conforme alla normativa vigente.


🔗 Approfondimento interno

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Sicurezza sul lavoro: pubblicato in Gazzetta il decreto con le nuove norme

Riforma decreto 231: cosa cambia nella responsabilità degli enti

La riforma del decreto 231 torna al centro dell’attenzione dopo il deposito della relazione conclusiva della Commissione ministeriale incaricata di aggiornare il d.lgs. 231/2001.

Il documento contiene una proposta di riforma della disciplina sulla responsabilità amministrativa degli enti, che riguarda società, imprese e organizzazioni.

L’impostazione generale della normativa viene confermata: il sistema previsto dal decreto 231 continua ad avere una forte funzione preventiva, con l’obiettivo di ridurre il rischio di reati all’interno delle aziende.

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Riforma decreto 231: confermato il ruolo dei modelli organizzativi

Uno dei punti centrali della riforma decreto 231 riguarda il ruolo dei modelli organizzativi.

Il decreto 231 nasce infatti con una finalità precisa: incentivare le imprese ad adottare sistemi di gestione e controllo capaci di prevenire illeciti.

Tra questi strumenti rientra il Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo (MOG 231), che definisce:

  • procedure aziendali;
  • sistemi di controllo interno;
  • gestione dei rischi;
  • attività dell’organismo di vigilanza.

Se il modello è efficace e correttamente applicato, può rappresentare una causa di esclusione della responsabilità dell’ente.

👉 Testo ufficiale del decreto legislativo 231/2001
https://www.normattiva.it


La “colpa di organizzazione” nella responsabilità degli enti

Uno dei concetti centrali del sistema è la cosiddetta colpa di organizzazione.

In pratica, un ente può essere ritenuto responsabile quando un reato è stato possibile a causa di carenze organizzative o di controlli insufficienti.

Ad esempio quando:

  • non esistono procedure adeguate;
  • i rischi di reato non sono stati analizzati;
  • i sistemi di controllo risultano inefficaci.

La proposta di riforma decreto 231 punta a chiarire meglio questo concetto e i criteri con cui deve essere accertato nel processo penale.

👉 Ministero della Giustizia
https://www.giustizia.it


Perché la riforma decreto 231 è importante per le aziende

Il sistema previsto dal decreto 231 non ha solo una funzione sanzionatoria.

L’obiettivo principale è prevenire i reati all’interno delle organizzazioni, promuovendo una gestione aziendale più trasparente e strutturata.

Per le imprese questo significa:

  • migliorare i sistemi di controllo;
  • ridurre il rischio di responsabilità dell’ente;
  • rafforzare la governance aziendale.

L’adozione di modelli organizzativi efficaci diventa quindi uno strumento centrale per la gestione del rischio.


Conclusione

Il deposito della relazione della Commissione rappresenta un passaggio importante nel percorso di riforma del decreto 231.

Pur mantenendo l’impianto originario della normativa, la proposta mira a chiarire alcuni aspetti applicativi, soprattutto quelli legati alla responsabilità degli enti e alla colpa di organizzazione.

Per le aziende, la prevenzione dei rischi e la corretta organizzazione interna restano elementi fondamentali per operare in modo conforme e responsabile.


Approfondimento interno

Per capire meglio il ruolo dei modelli organizzativi nella prevenzione dei reati aziendali, leggi anche:

👉 MOG 231: vantaggi e obblighi per le aziende

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